lutto: aspetti e tappe di come elaborare il dolore

IL LUTTO: le tappe di come elaborare il dolorelutto

Lutto deriva da “lugere = piangere”.Il lutto si manifesta in una perdita affettivamente significativa e può assumere diversi comportamenti: dal pianto, all’apparente imperturbabilità; dalla forma chiassosa e vistosa, alla forma controllata/distaccata; dalla ricerca della solitudine a quella della compagnia; dall’immediata reazione, a quella ritardata dopo i funerali; dall’andare giornalmente al cimitero, a quella dell’evitare qualsiasi oggetto o luogo appartenuto/frequentato dal defunto. 

La durata del vissuto soggettivo del lutto dipende, pure, da diversi fattori: dal grado della relazione affettiva, dalle caratteristiche della propria personalità, dal sostegno e aiuto ricevuto nella gestione del dolore, dalle prospettive future dell’assenza della persona cara. Ci preme esprimere queste variabili, per evitare di cadere nella rigidità di tempi ed esperienze riguardanti alcune persone e che, forse, non si adeguerebbero ad altri.

Più che parlare dei tempi cronologici, credo che sia importante il lavoro di elaborazione e superamento del proprio dolore a causa della perdita subita. Se non faccio niente per superarlo, potranno trascorrere anche interi anni, mentre se riesco ad affrontarlo con strategie orientate alla risoluzione, potrà avvenire in maniera meno dolorosa e in tempi rapidi. Il compito dell’elaborazione del lutto è quello di recuperare l’energia emotiva investita nell’oggetto perduto per reinvestirla in nuovi attaccamenti affettivi,in nuovi sogni da realizzare. Si tratta, quindi, di un processo che certamente comporta sofferenza poiché richiede cambiamenti interni ed esterni, ma che, se avviene positivamente, può essere fonte di crescita e allargamento dei propri confini esperienziali.

Un giorno ricevetti la visita di una mamma che aveva perso il proprio bambino di tre anni. Con le lacrime che le rigavano il viso e le trasformavano la faccia in una maschera di dolore, mi disse: “Sì, lei mi ascolta, mi vuole aiutare, ma non mi può risuscitare il figlio!”.
La frase mi diede lo spunto per indirizzare tutta la terapia nell’elaborazione e accettazione di un lutto inevitabile, per ridare serenità a quella sfortunata persona. Il lettore, sicuramente, parteggerà emotivamente con questa mamma, ma allo stesso tempo, si troverà pietrificato dalla richiesta impossibile della stessa e proverà un senso di impotenza e disorientamento.

Tutto ciò avviene perché si dà maggiore certezza, consistenza, a un evento materiale, la morte del bambino, e meno rilevanza al modo come reagire/accettare a tale evento.
Il volere aggrapparsi in maniera assolutistica alle cose come, salute, amici, parenti, soldi, proprietà, ci porta sofferenze lancinanti e ferite non sanabili, perché non siamo eterni, assoluti, potenti, infiniti e con l’elisir di lunga vita. Provare dolore, è umano perché siamo strutturati come persone che si legano emotivamente agli altri e alle cose, ma rimanere schiacciati dalla sofferenza e dal ricordo di tale persona/oggetto, significa non sapersi innalzare al di sopra della stessa materialità oggettiva; significa scavarsi la fossa con le proprie lacrime.

Tutti noi siamo chiamati a un processo di elaborazione del lutto, per poi rilanciarci nella vita, anche perché già “fin da quando nasciamo, incominciamo a morire”, ma se non lo realizziamo, ci condanniamo a vivere tristemente i restanti giorni della nostra esistenza senza, peraltro, riavere quello che abbiamo perduto.
Un’aggravante della difficoltà a saper elaborare qualsiasi lutto, separazione, da persone o animali, la troviamo nel pensare comune della società in cui viviamo.
Nella nostra cultura è bandita ogni forma di riflessione sulla fine dei nostri giorni e sulle perdite psicologiche da elaborare. Viviamo in una cultura dove si propina la forza dell’invincibile, l’efficacia della tecnologia, il ricorso ad ogni tipo di successo e l’anelito all’eterna giovinezza.

Il dolore, il lutto, la perdita, sono sopportati, emarginati e ricondotti alla sfera privata di ciascuno di noi. Non hanno più visibilità sia nelle forme rituali laiche che religiose; danno fastidio a quest’uomo proiettato verso l’infinito e lo sconfinato. Siccome tali esperienze sono ineluttabili alla vita umana, quando esse accadono, ci si trova spiazzati, non preparati, non adeguati e disorientati.
Meno male che ancora esistono degli angoli dove si possono esprimere i dolori e dove si possono incontrare delle persone che ci sappiano accogliere, capire e sostenere nella nostra sofferenza. In quell’istante si percepisce interamente la falsità su cui è poggiata la modalità esistenziale della società in cui viviamo e si apre di fronte a noi il baratro di relazioni che avremmo potuto intrecciare e non abbiamo realizzato per mille motivi, perché affaccendati a raggiungere altri obiettivi al di fuori del senso stesso del nostro esistere.

Tra le varie perdite, quelle relazionali/affettive sono le più dolorose; quelle poi dei propri figli si trasformano in lancinanti e inconsolabili. Murray Parkes che, insieme a John Bowlby, è probabilmente uno dei ricercatori più noti nel campo del lutto scrive che “il dolore del cordoglio fa parte della vita esattamente quanto la gioia dell’amore;esso è, forse, il prezzo che paghiamo per l’amore, il costo del coinvolgimento.” In pratica, chi sceglie di amare, sceglie di soffrire.
L’autore canadese Jean Monbourguette, nel suo libro “Ricominciare a vivere”propone otto fasi dell’elaborazione del lutto. Sono fasi non rigide e ma che ci possono aiutare nel superamento della sofferenza. Le tappe dell’elaborazione del lutto sono:
Prima tappa: lo shock frasi-lutto

Il lutto è sempre un evento che ci coglie di sorpresa, anche se avevamo potuto immaginare e pensare la dipartita del parente. Ogni shock da una parte ti scuote e dall’altra ti fa secernere degli ormoni che hanno il compito di ottundere la percezione della realtà. In questi frangenti c’è un calo della sensibilità e anche un’assenza di reazioni di fronte al dolore o al piacere.
Ognuno può manifestare diverse reazioni psico-fisiologiche come ronzii, vista obnubilata, senso di freddo, pesantezza psichica, allucinazioni che fanno credere che la persona scomparsa sia viva, 
affaticamento generale. L’aiuto da offrire durante questa prima tappa consiste soprattutto nel rispettare le reazioni della persona, anche quando sembrano esagerate o estranee alla nostra cultura, fornendo l’assicurazione che si tratta di fenomeni normali e transitori.
Seconda tappa: la negazione:

Si nega l’evidenza oggettiva; non si vuole riconoscere la realtà della perdita, come non si vuole sopportare la sofferenza che ne deriva. Le frasi che le persone si ripetono come una cantilena sono:

Non è vero”.

Sto vivendo un incubo”.

Non posso crederci: gli ho parlato appena ieri”.

Lui/lei è sempre presente nelle mie preghiere”.

Non oso assolutamente toccare alcuna delle sue cose personali”.

La negazione diventa una specie di corazza che ci possa proteggere dal dolore della dipartita; è un’armatura che però ci isola, ci allontana dagli altri e protrae all’infinito la nostra sofferenza. Alcuni tentano di occuparsi di mille faccende, come strategie di non pensarci; altri trasformano la casa o la stanza del defunto in un museo intoccabile; altri tentano di cercare un colpevole, come se la morte non fosse un evento prevedibile; altri ancora si anestetizzano con l’uso dell’alcol o droga; una minoranza assume comportamenti e atteggiamenti del defunto. L’aiuto dei parenti o dello psicologo consiste nell’aspettare i tempi per far accettare la realtà. Si tratta di accompagnare la persona a disinvestire le proprie energie dalla persona che è morta per reinvestirle in altre persone o progetti. Senza un’accettazione della realtà, infatti, la ferita causata dalla morte dell’essere amato cara non può essere guarita.
Terza tappa: manifestazione delle emozioni e dei sentimenti.

Durante questa fase bisogna permettere alla persona di “tirar fuori” tutto il magone, tutti i sentimenti che prova, come una specie di catarsi generale, senza la quale non potrebbe tornare a vivere.È una fase molto impegnativa e dolorosa, perché la persona prende contatto del proprio mondo affettivo, delle mille emozioni e sfumature di esse, investite sul defunto. Tali emozioni debbono riuscire ad emergere dal fondo della sofferenza, essere canalizzate e fatte defluire lontano dalla persona. Se non escono fuori, non ci si potrà liberare di esse; se non vengono canalizzate, potranno essere distruttive; se non vengono fatte defluire, possono persistere e disturbare la persona.

Le emozioni di fondo possono essere:

dolore per la privazione di un punto di riferimento affettivo

paura di non farcela da soli a continuare a vivere

rabbia perché non ci ha ascoltati in quello che gli dicevamo per salvaguardarlo

rabbia nei nostri confronti per non aver voluto/potuto fare qualche cosa di diverso

sensi di colpa come voce di un giudice accusatore che risuona dentro di noi

A tutte queste emozioni bisogna saper dare una risposta, un’accoglienza, un contenimento, una speranza, un nuovo investimento affettivo.
Quarta tappa: doveri connessi al lutto

Dopo la catarsi, è bene compiere qualche gesto che realizzi il cambiamento. Cominciare a vivere e a comportarsi come se avessi accettato la morte della persona cara, permette di compiere quei doveri inerenti al nuovo stato come: rimettere a posto la casa, riprendere le vecchie abitudini senza isolarsi, sistemare la parte burocratica con il comune, la banca, i figli. In una sola parola, vivere come se la persona non ci fosse e in maniera capace a gestire la nuova realtà.
Quinta tappa: scoperta del significato della perdita

Non un significato semplicemente razionale, ma come energia e opportunità per far luce dentro la mia vita, il senso dell’esistenza, i valori che mi accompagnano, le limitazioni da accettare, l’esperienza corroborante di essa, la nuova direzione esistenziale che potrà avvenire. L’evento doloroso, così, si trasforma in una riflessione esistenziale che aprirà nuove percezioni e nuove frontiere.
Sesta tappa: il perdono reciproco

Uno dei passaggi più rilevanti nell’elaborazione del lutto è quello di saper dare e ricevere perdono per tutto ciò che è stato con il defunto, per tutto ciò che sarebbe potuto essere, per gli errori commessi, per le mancanze. La morte di un parente ci fa toccare con mano la caducità della vita, la negligenza con la quale abbiamo intessuto le relazioni, i significati profondi del vero essere e vivere in maniera armonica. Ad un tratto ci rendiamo conto, ora che il parente non c’è più, delle mille possibilità che avremmo potuto attuare nella nostra vita con quella persona. A causa di questa sorta di “illuminazione” alcune persone possono entrare in crisi e perciò dovranno essere aiutate ad elaborare tale nuova percezione. Essa si può manifestare come:

Chiedere perdono di non essere stato all’altezza touching-the-heart-wallpapers_9217_1280x800-1024x576

di non averlo amato intensamente

di non averlo pensato/curato in maniera ottimale

di averlo fatto soffrire, seppur involontariamente, per i propri difetti

di non averlo salvato dalla malattia e dalla morte

Concedere il perdono per i torti subiti

per lenire la residua irritazione a causa della sua morte

per quello che non ho ricevuto da lei/lui

per le difficoltà che mi tocca superare

per le sofferenze avute

Il perdono serve per chiudere, in maniera soddisfacente, il cerchio delle relazioni non ottimali che, ineluttabilmente, abbiamo instaurato con il morto; serve per stendere un velo sereno sul passato e così poter continuare a vivere con la pace e l’armonia del cuore.
Settima tappa: l’eredità

È importante che ci si porta una sorta di eredità dei valori e delle cose belle della persona defunta, come chiusura globale dell’elaborazione del lutto. Dopo la catarsi e la riappacificazione con i miei sin tementi, me ne vado portandomi in dono le cose e le virtù che ho apprezzato nel defunto.

Lo scopo della risoluzione del lutto, scrive Livia Crozzoli Aite,è quello di sviluppare una nuova relazione interiore con la persona scomparsa: mantenendo vivo il ricordo attraverso il valore dei sentimenti condivisi e trovando consolazione nel fatto che si conserva dentro di sé la presenza simbolica della persona amata, dei suoi valori delle sue consuetudini di pensiero, delle abitudini condivise e la capacità di continuare ad amarla, anche se non più presente fisicamente. Quando sopravviene una calda e amorosa interiorizzazione di chi si è perduto, subentra una nuova forma di amore maturo che sopravvive al distacco: ‘Assenza, più acuta presenzà, per dirla con il poeta Attilio Bertolucci” (Le poesie, Garzanti, Milano, 1998, p. 26).

Ottava tappa: il rituale della fine del lutto Momenti-difficili_Lutto

Per evitare che ancora possano rimanere delle gestalt aperte, delle cose incompiute, dei sentimenti negativi, delle emozioni disturbanti, è bene far concludere il percorso dell’elaborazione del lutto con una forma di rituale pianificato e calzato alla personalità del soggetto. Si invita la persona a voler azionare una forma di chiusura definitiva della sofferenza. Ai miei pazienti do un esercizio che consiste nello scrivere una lettera al defunto, di esprimervi tutti i sentimenti che ha provato e di terminarla con una sorta di addio “e ora chiudo la lettera portandomi le cose belle che ho sperimentato con te e continuando a vivere serenamente, sapendo che anche tu lo sia”.

Questa chiusura è come seppellire nel presente il passato e trasformare il presente in un cammino rivolto al futuro.
A quella mamma che aveva perso il figlio, le risposi: “Ha ragione, signora! Non posso resuscitare suo figlio, ma la posso aiutare a continuare a vivere con la certezza che nessuno potrà portarle via tutto l’amore, tutte le esperienze che ha vissuto con lui!”. La signora fu consolata e iniziò la terapia dell’elaborazione del lutto con soddisfazione e serenità reciproca.

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